Perché sarò a Milano

da Pride - Maggio 
Daniele Scalise

Il World Pride di Roma ha mostrato a tutta Italia – e a noi stessi - che i gay esistono e che ci tengono ai loro diritti. Ora è necessario mostrare che non si trattava di un’improvvisata folcloristica, ma del raggiungimento della maturità da parte di una minoranza che ha ancora troppa paura di mostrarsi a viso aperto.

Avendo, fin dalla tenera età di quattordici anni, partecipato a migliaia di manifestazioni, vi confesso che ora le detesto con tutto il cuore. Detesto le parate, l’attesa estenuante prima della partenza, la folla che grida, il rombare minaccioso degli slogan, l’intruppamento, le file più o meno ordinate, gli striscioni che ondeggiano al sole o sotto la pioggia e che immancabilmente recitano la retorica delle grandi occasioni. Odio i percorsi urbani, il risuonare del passaggio della mandria sull’asfalto della città. Mi sfianca la fatica delle lunghe, inutili, difformi soste e delle improvvise ripartite.

Ragion per cui torno in piazza solo in rarissime occasioni. Ci torno quando sento che esserci è fondamentale per la mia vita e la mia coscienza. E ci torno almeno una volta all’anno. Anche quest’anno ci tornerò per il Gay Pride che si terrà a Milano il 23 di giugno. Verrò su da Roma con la convinzione profonda che sia giusto mostrarsi, marciare, faticare sotto il sole, intrupparsi, gridare con la folla, rombare con gli slogan, far risuonare il passaggio sull’asfalto della città. E se è il caso usare anche un po’ dell’inevitabile retorica declamatoria degli striscioni e degli slogan.

Ci verrò con il mio compagno, anche lui di solito alieno (quasi tutti noi sessantottini lo siamo) a questa forma di espressione politica.

Siamo infatti entrambi convinti che manifestare per i diritti delle persone omosessuali sia fondamentale per le nostre esistenze e per questo Paese in deficit di civiltà.

Siamo convinti che, anche se non fossimo gay, anche se fossimo costituzionalmente avversi a qualsiasi forma di protesta pubblica, questa volta varrebbe la pena davvero di essere presenti, di dire la nostra, di rendere visibile la nostra protesta e la nostra ira.

Proprio di recente qualcuno mi faceva notare come i gay esistano quasi solo di notte. Scende la sera e i bar, le discoteche, i boschetti, i cessi, le piazzuole autostradali si popolano di gay che improvvisamente si accorgono di esserci anche loro, che improvvisamente capiscono di avere un’identità, dei bisogni, dei desideri, dei sogni. Di giorno niente. O quasi. Come se la luce fosse nostra nemica, come se il chiarore e la brillantezza delle giornate fosse unicamente riservata alla nostra parte “normale” di bravi commercialisti e scrupolosi impiegati, di integerrimi bancari e affaticati studenti. Di giorno siamo quello e basta.

E invece no, non basta. Tutti noi lo sappiamo anche se fingiamo che tutto ciò non sia vero. Tutti noi sappiamo che le condizioni in cui siamo costretti a vivere (e a cui ci costringiamo a vivere) sono inaccettabili. È il grande compromesso che ci ha permesso di sopravvivere in una società che ci tollera a patto, appunto, di tenere prudentemente nascosta la nostra identità. Siamo così accorti e allenati che siamo addirittura convinti di non avere bisogno d’altro, anestetizzati rispetto alla percezione di vivere una condizione inaccettabile, costruita su un assunto (quello della normalità eterosessuale) che si è già sgretolato da decenni ma che poi non abbiamo il coraggio di mettere in discussione.

Il World Pride dello scorso anno ha cambiato molte, moltissime cose. Sembra incredibile che una data – in questo caso l’8 luglio 2000 – possa segnare un passaggio epocale. Eppure così è stato. Dopo quel giorno molte cose sono mutate definitivamente nelle coscienze e nella vita di questo Paese. Nella testa dei gay e delle lesbiche e in quella degli etero. Nelle riflessioni dei leader del movimento e in quelle dei politici nazionali. Nelle famiglie e nelle scuole. Il World Pride ha sconvolto un panorama che vivacchiava su quel compromesso che è stato ben definito come “tolleranza repressiva”. Che poi è il principio che ha applicato anche Clinton nel suo esercito (don’t ask, don’t tell).

Da quel giorno niente è più come prima. La società politica non può più fingere di credere che la rivendicazione dei diritti delle persone omosessuali sia una questione marginale, quasi folkloristica. La società civile ha dovuto prendere atto di un cambiamento radicale al proprio interno e la società omosessuale, per una volta, ha respirato a polmoni pieni.

Io che odio le manifestazioni, il World Pride l’ho amato con una forza che mi ha stupito e che mi stupisce ancora. La città di Roma (per di più giubilare) ne è uscita stravolta. Migliaia e migliaia di persone hanno fatto risuonare i propri passi e le proprie voci per intonare una protesta acuta e inarrestabile. Le reazioni sono state feroci. Da quella papalina che gridava allo scandalo sacrilego a quella ipocrita (e condivisa anche da molta sinistra) che considerava quantomeno “inopportuno” richiedere diritti e civiltà. E per la prima volta i gay, le lesbiche, i bisessuali e le trans di tutt’Italia, di tutte le associazioni, ma anche quelli e quelle che in una associazione non hanno mai messo e non metteranno mai piede, hanno sentito l’urgenza di dire la loro, di far sentire la propria voce. Alta. Chiara. Senza equivoci. Sicuramente inopportuni rispetto all’agenda ufficiale della politica italiana e vaticana. Con un sindaco (di cui non ricordo bene il nome) che faceva melina e che ha tentato di relegare la marcia gay nella periferia della città e un presidente del Consiglio (di cui non ricordo bene il nome) che, lui sì poco opportunamente, ironizzava sul fatto che purtroppo viviamo in uno Stato costituzionale che non gli dava tra l’altro il potere di tapparci la bocca.

È stata una lezione straordinaria di dignità e di energia. Una lezione che ha spalancato le porte a una nuova stagione della politica gay (e che mi auguro che le organizzazioni gay abbiano imparato davvero). È stata una lezione che nello stesso momento davamo e imparavamo. Una lezione i più vecchi che hanno visto concretizzarsi un sogno che non osavano nemmeno più sognare e per i più giovani che hanno sperimentato l’importanza vitale di dichiarare la propria determinazione nel combattere la battaglia della propria vita.

In un colpo solo sono stati cancellati tutti gli snobismi (anche il mio) di destra o di sinistra che fossero, tutte le scuse più o meno sincere che fino a quel momento avevano fatto sì che il popolo gay delegasse sempre a un piccolo, coraggioso manipolo di pionieri la difesa delle proprie ragioni (magari per poi deridere quel manipolo di pionieri e ingenerosamente accusarlo di tutte le nefandezze).

Quando ricordo il World Pride romano dello scorso anno non posso non pensare al Gay Pride milanese prossimo venturo. Che, se possibile, avrà un’importanza ancora maggiore perché suo è il compito di definire una volta per tutte il cambiamento delle abitudini civili degli omosessuali italiani. Scendere in piazza a Milano vorrà anche dire che il Pride romano del 2000 non è stato un sogno ma una radice forte, una convinzione. Che la strada da percorrere è ancora lunga, impervia ma che siamo determinati a percorrerla tutta fino a quando la nostra dignità non venga pienamente riconosciuta. Che non ci siamo accontentati di combattere una battaglia ma che vogliamo vincere la guerra dei diritti.

Non ci sono alternative come non ci sono più scuse. Non sono più ammesse le annose pigrizie e non sono più accettabili i vacui dandysmi. Nel marasma che attraversa la trasformazione politica e sociale del nostro Paese, la cosiddetta “questione omosessuale” è entrata nell’agenda dei problemi veri e seri dell’Italia contemporanea, e riguarda la vita di milioni di persone. La nostra vita.

Ma scendere in piazza non è soltanto un dovere civile. È ciò che dobbiamo alla nostra persona, alla nostra vita.

È ciò che meritiamo e che dobbiamo onorare.